Israele e Iran: una guerra che affonda le radici nella storia
L’attacco a sorpresa di Israele contro l’Iran, con oltre 200 morti tra civili, ingegneri e figure politiche, ha scosso l’opinione pubblica internazionale. Questo evento, che ha colpito anche infrastrutture strategiche, mette in discussione la narrazione secondo cui Israele sarebbe l’aggredito e non l’aggressore. Eppure, il mondo occidentale non solo evita di condannare l’azione, ma continua a sostenere Israele militarmente e politicamente. Nessuna sanzione, nessun blocco all’invio di armi. Anzi, si rafforza l’alleanza, giustificata da un’unica frase: “L’Iran non può avere il nucleare”.
Ma questa posizione ha radici profonde. Già nel 1953, gli Stati Uniti e il Regno Unito orchestravano un colpo di Stato in Iran per rovesciare il primo ministro democraticamente eletto Mohammad Mossadeq, colpevole di voler nazionalizzare il petrolio. Da allora, l’Iran è stato trattato come un attore da contenere, soprattutto dopo la rivoluzione islamica del 1979, che trasformò il Paese in una repubblica teocratica sciita e ruppe i rapporti con Israele e l’Occidente.
Negli anni ’80, durante la guerra Iran-Iraq, Israele fornì segretamente supporto militare a Teheran per contrastare Saddam Hussein. Ma con la fine della Guerra Fredda e l’ascesa dell’Iran come potenza regionale, i rapporti si deteriorarono. L’Iran iniziò a sostenere apertamente Hezbollah e Hamas, mentre Israele intensificava le operazioni militari e di intelligence contro Teheran.
Il programma nucleare iraniano, avviato negli anni ’50 con il supporto degli Stati Uniti, è diventato il fulcro delle tensioni. Dopo il ritiro degli USA dal JCPOA nel 2018, Israele ha intensificato le operazioni di sabotaggio e gli omicidi mirati di scienziati iraniani. L’attacco del 13 giugno 2025 rappresenta l’apice di questa escalation.
Eppure, l’Iran ha dimostrato una capacità di risposta sorprendente. Nonostante la distanza di oltre 3.000 chilometri, ha colpito obiettivi strategici in Israele con crescente precisione. I sistemi di difesa israeliani, pur sostenuti da ingenti investimenti e dal supporto tecnologico statunitense, sembrano in difficoltà. Anzi, si potrebbe dire che abbiano fallito nel prevenire situazioni di panico tra la popolazione civile. Alcuni media internazionali hanno diffuso immagini che mostrano edifici e grattacieli danneggiati, paragonandoli alla devastazione vista a Gaza.
Tuttavia, è doveroso sottolineare che molte di queste informazioni richiederebbero una verifica accurata, cosa sempre più complessa nell’era dell’intelligenza artificiale e della disinformazione digitale. In questo contesto, una certezza rimane: Israele ha imposto una rigida censura, vietando la diffusione di immagini e video relativi agli attacchi subiti. Una scelta che, di per sé, lascia intuire che la situazione interna sia tutt’altro che sotto controllo.
Come ha fatto l’Iran a raggiungere questo livello? La risposta sta nelle sue alleanze. Parte del blocco BRICS, con Cina e Russia come partner strategici, l’Iran ha ricevuto supporto tecnologico e militare che ha rafforzato la sua posizione. La Cina, in particolare, è il principale acquirente del petrolio iraniano e ha tutto l’interesse a mantenere Teheran come contrappeso all’influenza occidentale in Medio Oriente.
L’obiettivo di Israele, secondo molti analisti, non è solo impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, ma provocare un cambio di regime. Un’operazione che ricorda altri interventi occidentali fallimentari, come in Iraq o in Libia, dove il rovesciamento dei regimi ha portato solo caos e instabilità.
Ecco perché la prudenza degli Stati Uniti oggi è significativa. L’Iran non è isolato, e un’escalation potrebbe coinvolgere attori globali, trasformando un conflitto regionale in una crisi internazionale.
Conclusione
Se l’escalation continuerà e il conflitto dovesse trasformarsi in una crisi di proporzioni globali, sarà difficile per Israele e gli Stati Uniti sottrarsi alle proprie responsabilità. La loro immagine internazionale, già messa a dura prova da scelte controverse e politiche ambigue, rischia di cambiare radicalmente.
Agli occhi del mondo, quei Paesi che per decenni si sono presentati come difensori dei valori democratici e della legalità internazionale, potrebbero apparire molto diversi: meno garanti di stabilità e più fautori di un disordine strategico giustificato da interessi geopolitici.
Proprio in questo momento cruciale emergono le esitazioni degli Stati Uniti, consapevoli che agire in modo affrettato significherebbe mettere a rischio non solo il futuro del Medio Oriente, ma anche l’intera credibilità dell’Occidente.
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